GAIT RETRAINING

Ma è possibile modificare il gesto della corsa?

Con il termine “running gait retraining” si intende identificare tutte quelle strategie che possono essere utili allo scopo di modificare lo schema motorio dei soggetti che corrono. 

Sappiamo che ognuno di noi utilizza gli schemi motori che gli sono familiari: si muove secondo strategie di movimento che conosce e ri-conosce, ma non è detto che queste siano quelli ottimali.

 

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Pensiamo ad esempio al movimento di oscillazione dell’arto libero verso l’avanti: alcuni soggetti non si accorgono minimamente del fatto di eseguire un movimento pendolare scorretto e che il piede impatta il suolo dal dietro all’avanti, basta però farglielo notare che sono in grado di modificare immediatamente la loro strategia…poi magari dovranno fare alcuni esercizi per i flessori delle anche per un certo periodo di tempo per rendere questo nuovo schema elastico e potente.

Quando l’atleta riesce a “sentire” una modificazione e a incorporarla nella corsa, la maggior parte del lavoro è fatta…questa nuova componente verrà progressivamente allenata mentre corre nel modo più specifico. 

La questione diventa molto più complicata quando l’atleta non riesce a “trovare” l’adattamento giusto mentre corre: questo può accadere per carenze di mobilità, per debolezza, mancanza di stabilità…i motivi possono essere diversi.

Cosa fare quindi?

La strategia più comunemente utilizzata dagli allenatori è quella di usare feedback verbali interni come, ad esempio, dire a un soggetto di mantenere il ginocchio correttamente allineato sul piede oppure di utilizzare di più i glutei durante la fase d’appoggio. Sono suggerimenti non sempre comprensibili e di facile applicazione, ma soprattutto non danno un focus sulla funzione e quindi non permettono di elaborare adattamenti duraturi e stabili nel tempo. Allo stesso modo, se ad esempio diciamo a un soggetto che deve mantenere il corretto allineamento del bacino mentre corre, esso impiegherà una grande attenzione sul compito e sul quel distretto corporeo, producendo spesso un effetto che tende a “demolire” l’automatismo e la fluidità del ciclo della corsa: molti soggetti, infatti, usano molta co-contrazione quando gli si indica una parte del corpo da controllare. L’esperienza dice che quasi tutti i soggetti fanno molta fatica a mettere in pratica questo tipo di suggerimenti per lungo tempo: la corsa è un gesto talmente ciclico e automatizzato che molte volte è impossibile ottenere buoni risultati in questo modo.
La strategia più comunemente utilizzata dagli allenatori è quella di usare feedback verbali interni come, ad esempio, dire a un soggetto di mantenere il ginocchio correttamente allineato sul piede oppure di utilizzare di più i glutei durante la fase d’appoggio. Sono suggerimenti non sempre comprensibili e di facile applicazione, ma soprattutto non danno un focus sulla funzione e quindi non permettono di elaborare adattamenti duraturi e stabili nel tempo. Allo stesso modo, se ad esempio diciamo a un soggetto che deve mantenere il corretto allineamento del bacino mentre corre, esso impiegherà una grande attenzione sul compito e sul quel distretto corporeo, producendo spesso un effetto che tende a “demolire” l’automatismo e la fluidità del ciclo della corsa: molti soggetti, infatti, usano molta co-contrazione quando gli si indica una parte del corpo da controllare. L’esperienza dice che quasi tutti i soggetti fanno molta fatica a mettere in pratica questo tipo di suggerimenti per lungo tempo: la corsa è un gesto talmente ciclico e automatizzato che molte volte è impossibile ottenere buoni risultati in questo modo.

I vantaggi nell’utilizzare un modello funzionale della corsa per un professionista che si occupa di movimento sono molteplici:

  1. Permette di fare una diagnosi funzionale che è fondamentale per capire effettivamente cosa il soggetto fa per muoversi e quindi di individuale le disfunzioni di movimento che sono la causa di infortuni o limitano la performance

  2. Permette di spiegare in che modo le alterazioni muscolari e i fattori contribuenti determinano i problemi di un atleta

  3. Permettono di impostare un programma di lavoro che si integra direttamente con l’allenamento e le esigenze di ogni singolo atleta

  4. Permettono di adottare un approccio specifico alle esercitazioni di tecnica di corsa, suggerendo enfasi specifiche per ogni atleta e individualizzando il lavoro mediante la definizione di obiettivi precisi, uscendo dall’equivoco che “è giusto fare un po’ di tutto”.

  5. Facilita la comunicazione tra allenatore/fisioterapista ed atleta che si sente partecipe di un programma di lavoro incentrato sul movimento e sulle sue specifiche esigenze.

  6. Facilità la comunicazione tra professionisti che adottando una diagnosi funzionale possono collaborare proficuamente nell’interesse dell’atleta

 

Ma cosa si intende per diagnosi funzionale della corsa?

Se hai letto l’articolo sul modello di EfficientRunning, avrai intuito che ognuno dei 4 pattern motori della corsa ha delle sue specifiche peculiarità e costituisce un pezzo del ciclo della corsa. Per ogni atleta è possibile eseguire una valutazione sistematica che permette di definire se uno o più pattern motori vengono eseguiti in modo disfunzionale e perché. Ad esempio un maratoneta può avere una diagnosi disfunzionale del pattern di sbilanciamento e questo spiega perché soffre di mal di schiena durante le sue sedute di fondo medio, oppure un velocista può avere una diagnosi di trazione e le sue disfunzioni in questo pattern motorio spiegano perché soffre di sovraccarico e stiramenti ricorrenti agli ischio-crurali.

Tramite la valutazione della corsa e applicando tutte le conoscenze di fisiologia e biomeccanica disponibili,
il concetto EfficientRunning permette di strutturare un programma di allenamento mirato alla performance, alla prevenzione o la risoluzione degli infortuni.

La cosa più importante da tenere presente è che lavorare per migliorare il gesto non significa semplicemente potenziare muscoli, ma rieducare dei pattern motori, con tutte le sfide, ma anche la soddisfazione che questo comporta.

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Quanto tempo ci vuole per creare una modificazione del pattern della corsa?

La risposta più corretta è che dipende dal soggetto e dal tipo di correione che cerchiamo di ottenere. Se vogliamo lavorare su alcuni parametri semplici come la cadenza o il pattern di sbilanciamento, un tempo intorno ai 200 minuti di pratica è un tempo adeguato.

Alcuni studi scientifici in letteratura condotti su atleti amatoriali con un feedback acustico, un’immagine video o l’uso di uno specchio mostrano una buona efficacia sulla riduzione del dolore femoro-rotuleo dopo solo 8-10 sedute da 25-20' di gait retraining su treadmill. 

 

Per i mezzofondisti e i fondisti le sedute di lento sono quelle più adatte per iniziare a lavorare sulla tecnica, magari inserendo al loro interno delle piccole variazioni per riprodurre le sensazioni giuste anche a ritmi più veloci. Successivamente il gold standard per il lavoro tecnico saranno le ripetute a ritmo gara, ma in realtà l’idea è quella di percorrere più chilometri possibile con le giuste “enfasi”.

 

Per i velocisti invece il discorso è più complesso perché, date le alte forze che si sviluppano alle velocità di gara è più difficile riprodurre le giuste condizioni in allenamento; il punto di partenza possono sicuramente essere le andature tecniche oppure la corsa con sovraccarichi come il traino pesante per simulare, angoli e forze in tempi più lunghi, utili all’apprendimento. Il passo successivo sarà poi quello di mettere tutto insieme nelle prove ripetute a velocità di gara che sono fondamentali non solo per il lavoro metabolico ma anche per quello tecnico del velocista.

 

 

Tecnica e prestazione

Resta un’ultima domanda. Quando possiamo dire che il nostro soggetto ha completato il suo percorso d’apprendimento ed è in grado di replicare le giuste strategie motorie in una performance di gara? Difficile a dirsi…al momento nessuno lo sa: solo l’atleta può percepire quando il gesto è efficace e fluido, cercando di individuare i fattori critici.

Di certo rieducare un gesto complesso come la corsa pone delle difficoltà e dei quesiti a cui molto spesso si può rispondere solo effettuando tentativi successivi, sfruttando l’osservazione, la valutazione funzionale e i feedback restituiti dai soggetti. È un lavoro minuzioso, alla ricerca delle giuste sensazioni. Per questo motivo forzare la prestazione, correre in modo contratto, indurirsi a tutti i costi alla ricerca del tempo in allenamento o peggio correre anche in presenza di dolore non è quasi mai una buona idea. Distruggiamo le corrette sinergie motorie e diamo al corpo feedback anomali